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Con il tuo 5x1000 sosteniamo le Case Famiglia APG23. Le Case Famiglia sono vere e proprie case, dove un papà e una mamma accolgono coloro di cui non si occupa nessuno: disabili gravi, adolescenti a rischio, persone anziane sole e malate, ragazze salvate della tratta e persone con problemi di tossicodipendenza.
Cos’è una Casa Famiglia APG23? Te lo spieghiamo attraverso le parole di chi, ogni giorno, ha scelto di dare una famiglia a chi non ce l’ha.
Casa Famiglia Manuela, Vasto
“Appena sposati, Gioacchino ed io abbiamo accolto Silvio, un bimbo affetto da una malformazione psico-fisica, dovuta al fatto che la madre in gravidanza beveva. Accogliere Silvio è stato facile, perché grande era il suo bisogno di essere amato e di avere una famiglia che si prendesse cura di lui. Silvio ci ha aiutati a capire cosa vuol dire essere genitori. Dopo alcuni mesi, proprio grazie alla sua presenza, è maturata in noi l'idea di conoscere maggiormente il cammino vocazionale della Comunità Papa Giovanni XXIII, un cammino che ha come prerogativa la condivisione diretta con gli ultimi. Il passo seguente è stato il desiderio di essere papà e mamma di quanti avessero bisogno, quindi di aprire una Casa Famiglia. Timorosi però che fosse prematuro dare un fratellino/sorellina a Silvio, decidemmo di parlarne con lui che, dopo averci ascoltato con molta attenzione, ci disse: “Per me va bene, purché si chiami Marco!” Eravamo stupiti per la condizione che ci aveva posto!
Dopo alcuni mesi un'assistente sociale ci propose di accogliere un bimbo di sei mesi. Nell'immediato eravamo felicissimi; pian piano, però, il nostro entusiasmo si affievolì: il bimbo era cieco, idrocefalo, epilettico, con una emiparesi al lato destro del corpo e, sicuramente, non sarebbe arrivato ad un anno di vita. Ci veniva proposto di accogliere quel bimbo unicamente perché potesse morire tra le braccia di un padre e una madre, anziché solo, in un letto di ospedale.
Ci rendemmo conto che avevamo paura, paura della morte di un bimbo così piccolino. Eravamo molto tentati di rifiutare, ma non volevamo fare brutta figura! ‘Elegantemente’ rispondemmo che non potevamo accogliere quel bimbo perché ne avevamo già un altro che, una volta affezionatosi, avrebbe sofferto enormemente per la morte di un fratellino. Chiedemmo però il nome del bimbo, promettendo che avremmo pregato per lui. “SI CHIAMA MARCO!”, ci risposero. Dovemmo arrenderci, lo portammo a casa. Oggi Marco ha dodici anni, ha recuperato la vista, l'uso della gamba e, quasi completamente, della mano. E' epilettico, ma frequenta la scuola ed è vivacissimo. Ed è anche molto bello!” Mamma Claudia
Maria Serva e Karol Wojtyla, Rimini
“Iniziò così la mia ‘avventura’ dell’essere padre di un numero sempre crescente di figli, all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII. Questa avventura portava con sé la scoperta quotidiana che dietro alle stranezze e alle stereotipie di persone definite “pazze” c’erano storie, vite, sofferenze, c’era il sentirsi inutili, non voluti. Emergeva enorme il bisogno di sentirsi importanti, accettati per quel che si è, figli di Dio, e per questo amati e considerati. Tutto ciò si poteva avverare solo attraverso la condivisione diretta di vita, attraverso gli umori e gli odori di ogni giorno.
Nel vivere quotidiano c’era la rivelazione continua che “fare famiglia” significa “portarsi insieme”, sostenersi l’un l’altro, e che nessuno è così povero da non avere nulla da donare e nessuno così ricco da non avere bisogno di stare con gli altri. Oltre a papà Gianni e mamma Rosa ci sono una figlia naturale, due membri di Comunità e altre dieci persone, fra volontari e ragazzi con difficoltà psichiche e sociali.
Uno dei doni più grandi che abbiamo ricevuto è poter condividere la nostra vita con SM, uno dei primi ragazzi accolti in Comunità. Arriva dal manicomio, dove è nato e cresciuto e da dove il Don lo è andato a prendere per portarlo in Casa Famiglia. Contro ogni parere dei medici, che lo credevano irrecuperabile, è riuscito a ‘seminare’ bene e amore in tutte le realtà in cui è vissuto. Ora abita in maniera stabile nella nostra Casa Famiglia. Un giorno avevamo organizzato una festa per salutare Ida, una sorella di Comunità che partiva per un periodo in missione. Mentre ci stavamo scambiando saluti e abbracci, d’improvviso sentiamo uno strano rumore: vediamo SM scendere le scale con un sacco nero in mano e, accostandosi ad Ida, le dice ‘Tieni, io ho troppe scarpe, portale dai poveri che non ne hanno!’. Cala il silenzio, che lezione! Lui aveva capito tutto!
Un’altra volta, quando eravamo in viaggio con uno dei nostri rumorosi pulmini con SM, gli chiedo ‘Come mai una volta tu spaccavi tutto?’. Assorto, SM mi fa capire che quell’argomento non gli piace, ma poi, d’improvviso mi risponde: ‘Tutti avevano una famiglia, ne volevo una anch’io! Ma adesso sono grande e non faccio più quelle cose..’.
Questi attimi, brevi, fulminei, ma eccezionali, ci fanno riscoprire il senso della vita, ci fanno capire che ognuno riveste un ruolo unico e irripetibile in questo mondo e che non c’è chi salva e chi è salvato, ma il condividere la vita di ogni giorno nella ferialità e nella gratuità ci costruisce come famiglia e come popolo dando vita a quei ‘mondi vitali nuovi’ di cui parla il Vangelo”. Papà Gianni
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