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Operazione Colomba è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII: dal 1992 ad oggi oltre 1000 persone, tra volontari e obiettori di coscienza, hanno partecipato ai progetti che promuove in zone di guerra.
Partendo dalla condivisione della vita con le vittime dei conflitti , i volontari di Operazione Colomba svolgono azioni nonviolente di interposizione fisica, accompagnamento dei civili minacciati, mediazione tra le parti in conflitto, denuncia delle violazioni, animazione con i bambini... con lo scopo di proteggere, in maniera disarmata e disarmante, le popolazioni civili inermi (indipendentemente da etnia, religione e appartenenza politica), favorire il dialogo e promuovere la riconciliazione.
Negli anni Operazione Colomba ha operato nei conflitti dei Balcani, in diverse guerre in Africa, America Latina, Caucaso, Medio ed estremo Oriente. Attualmente è presente in Colombia, Albania, Palestina e Israele.
Per capire meglio cosa fa Operazione Colomba, riportiamo anche la testimonianza di una volontaria in Albania.

“E' difficile spiegare quello che faccio da quasi un anno. Non è qualcosa di tangibile, immediato e definito. E' un ‘lavoro’ basato sulla relazione con le persone. Con un po’ di presunzione posso affermare che la proposta che facciamo come Colomba è diversa e più coraggiosa rispetto alle altre organizzazioni. Quando incontriamo le famiglie in vendetta non cerchiamo di dare un senso alla loro condizione di vittime o carnefici e di aiutarli a sopravvivere nel modo migliore. Cerchiamo, al contrario, di andare alla radice del problema, di rimuovere le cause del Kanun (un codice consuetudinario che prevede le vendette di sangue). L’unico modo per uscire da queste faide familiari è la riconciliazione: l’incontro con il cosiddetto ‘nemico’ e il perdono.

N. è un uomo anziano e alcolizzato. È rimasto solo: suo figlio è stato ucciso una decina di anni fa per via di un’antica storia di vendette. N. ha provato a vendicarsi sparando al figlio dell’assassino. Il bambino che N. ha provato ad uccidere, P., è oggi un ragazzetto di 17 anni sfigurato in volto.
N., ferendo P., non ha ‘ultimato il lavoro’, non è riuscito a riprendersi l’onore macchiato dall’omicidio di suo figlio; così N. aspetta di vendicarsi e P. di non aver più paura ad uscire di casa per il timore di venire ucciso. L’incontro tra N. e P. è stato commovente, emozionante, intenso. Ognuno di loro rimproverava all’altro di averlo fatto soffrire terribilmente. N. è stato padre di un figlio morto giovane, P. convive con l’angoscia di morire appena mette il piede fuori di casa.
P. e N. non hanno esitato a affrontarsi faccia a faccia con un certo timore e rabbia. Questi due sentimenti si sono trasformati: ognuno di loro si è reso conto di essere in parte responsabile della sofferenza dell’altro. Questo è il punto di partenza per arrivare alla riconciliazione. Il passo fondamentale che N. e P. hanno fatto dentro loro stessi, è stato quello di rendersi conto che sono persone offese e che, per guarire, devono cercare di ricucire la loro ferita. Ai membri delle famiglie che quotidianamente incontriamo facciamo proprio questa proposta: un percorso di perdono verso loro stessi e di riconciliazione verso la famiglia rivale.

Le persone che incontriamo sono profondamente segnate dal dolore, fiere, incollerite e rassegnate. Credo che lo scoglio più insormontabile sia l’arrendevolezza con cui le persone in vendetta accettano la loro situazione. Ma il coraggio di tornare a sperare in un domani sereno viene solo da chi è toccato da questa sorte.
Inizialmente, nel periodo in cui conosciamo la famiglia, cerchiamo di farci conoscere e di proporre loro (soprattutto ai giovani) qualche attività concreta. Condividiamo un pezzo di vita insieme, cerchiamo di essere partecipi quanto più possibile della loro condizione. Una volta che si instaura quel rapporto di fiducia e stima reciproca possiamo permetterci di “invadere” quella sfera intima e privata che riguarda la storia di vendetta di queste famiglie e proporre un cammino di riconciliazione. Spesso sono gli stessi capi famiglia che ci chiedono di fare da tramite fra le due famiglie in lotta”.

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